Messico, un ‘calcio’ alla violenza
A Ciudad Juarez, piccola città del Messico sita nella regione del Chihuaua, il calcio da svago è diventato l’unico momento d’evasione dal triste scenario della vita di tutti i giorni, ancora di salvezza di un popolo; nella megalopoli messicana, 1,3 milioni di abitanti, infuria da mesi la guerra tra narcotrafficanti ed esercito: per le strade, cinquemila soldati e duemila poliziotti; ma nonostante l’imponente spiegamento di forze dell’ordine, la media è di dieci morti al giorno, duemila negli ultimi 14 mesi, fra i quali il vicesindaco della città ; salvo per miracolo il primo cittadino, ma la città è in assetto da guerra.
Unico diversivo, appunto, il calcio: i locali Indios lo scorso maggio sono riusciti a vincere i playoff della Segunda Division (la B messicana), salendo nella massima categoria; adesso hanno un’intera comunità cittadina a sostenerli, come spiega Miguel Carbajal, presidente del più grande fan club del team: “E’ la nostra fuga dalla realtà , dalla violenza e dalle cattive notizie”.
Il piccolo stadio cittadino ogni domenica è un’isola felice: i 400 tra poliziotti e soldati sembrano presidiarlo più per obbligo che per reale necessità ; sugli spalti nè violenza nè sparatorie, solo spettacoli, canti, balli ed esibizioni di “luchadores”.
Certo, l’ambiente non è dei più desiderabili per svolgere il proprio lavoro, e così succede che molti giocatori rifiutano il trasferimento a Ciudad Juarez per paura, e chi c’è se ne va, come Il colombiano Andres Chitiva che ha dicembre ha deciso di cambiare aria, dopo una sinistra telefonata che lo informava di come i suoi figli fossero possibile oggetto di rapimento a scopo estortivo; per loi stesso motivo, l’argentino Ezequiel Maggiolo e l’uruguayano Juan Ramon Curbelo hanno preferito mandare in patria la famiglia.
Ma nonostante i rischi, la paura, le scorte che devono costantemente tenere sott’occhio i loro spostamenti, i membri della squadra sono consci di rappresentare l’unico riscatto sociale per la popolazione, e sanno altresì che una loro eventuale retrocessione (adesso gli Indios sono ultimi, nel Gruppo 1, insieme a Santos e Atlante) risulterebbe un distastro; per i pochi sponsor, che coglierebbero la palla al balzo per andaresene da un ambiente ‘caldo’ come pochi; ma per i tifosi soprattutto, come sottolinea amaramente il presidente degli Indios Francisco Ibarra Molina: “Le persone cadrebbero in una brutta depressione”; possiamo quindi dirlo, senza essere tacciati di partigianeria di sorta: adelante Indios.
G.P.
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